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Dialectical Behaviour Therapy

Dialectical Behaviour Therapy

Il modello di trattamento della terapia dialettico comportamentale, o meglio conosciuta con la definizione inglese di Dialectical Behaviour Therapy (DBT) è un trattamento di tipo cognitivo comportamentale sviluppato appositamente per il disturbo borderline di personalità. Già negli anni 90 diversi trial clinici controllati hanno identificato la terapia dialettico comportamentale come la prima dimostratasi efficace per il disturbo borderline di personalità, anche e soprattutto nelle sue forme più gravi autolesive e parasuicidarie. Il format di terapia che si è dimostrato valido in tal senso implica la co-terapia e cioè una forte interazione tra la psicoterapia individuale e una forma di skills training.

La terapia dialettico comportamentale o DBT si basa su una visione del mondo di tipo dialettico.

La prospettiva dialettica sostiene diversi aspetti sulla natura della realtà e del comportamento umano. La dialettica sostiene come primo aspetto la fondamentale interrelazione e unitarietà della realtà, implicando che è limitata l’analisi delle singole parti di un sistema se non vengono inserite negli specifici contesti contingenti in cui si esplica il comportamento dei singoli e dei singoli nel gruppo.
Un secondo aspetto è che la realtà non viene concepita come statica, ma composta da forze interne opposte (tesi e antitesi) in mutamento, e la cui sintesi genera una nuova tensione tra forze opposte. In tal senso, i pattern di pensiero e di comportamento disfunzionali dicotomici ed estremizzati dei pazienti borderline sono considerati come dei fallimenti dialettici: la persona è bloccata su polarità estreme e fatica a muoversi dinamicamente verso una sintesi.
Il terzo aspetto che caratterizza la visione dialettica riguarda l’assunto secondo il quale la natura della realtà è fondata sul cambiamento e sul processo, l’individuo e l’ambiente sono in costante mutamento. Dunque la terapia non mira al mantenimento di uno stato stabile in un ambiente stabile e coerente, ma vuole promuovere le capacità di gestire il cambiamento.
La DBT concepisce il disturbo borderline della personalità facendo riferimento alla teoria biosociale. Secondo la teoria biosociale, il cardine del disturbo borderline della personalità è la disregolazione emotiva. In particolare, la teoria sostiene che nel disturbo borderline vi è una importante difficoltà nella regolazione delle emozioni che appunto può essere definita disregolazione emotiva. La disregolazione emotiva è l’esito dell’interazione di una predisposizione biologica, del contesto ambientale e delle reciproche influenze e transazioni tra questi due elementi nel corso della vita del soggetto. Secondo la DBT una disfunzione in una parte del complesso sistema di regolazione emotiva nell’essere umano può fornire la base biologica per la vulnerabilità emotiva e per le successive difficoltà nella regolazione emotiva, anche se è difficile al momento identificare con univocità una specifica anomalia biologica del sistema di regolazione emotiva per il disturbo borderline.
La DBT lavora su quell’insieme di comportamenti disfunzionali che a diversi livelli impattano la vita della persona con disturbo borderline della personalità: dai comportamenti suicidari e parasuicidari, a comportamenti impulsivi e disfunzionali che si traducono in una molteplicità di contesti e situazioni. Tra questi possiamo ritrovare ad esempio i classici comportamenti di autolesività, sessualità promiscua, abuso di sostanze o di alcool, disregolazione dei comportamenti alimentari, comportamenti rischiosi per la propria vita, eccessi di collera e agiti aggressivi nelle relazioni con gli altri. E una serie di altri comportamenti impulsivi che a medio e lungo termine si rivelano dannosi per l’individuo. In tal senso, si mira all’acquisizione e generalizzazione di un repertorio alternativo di risposte emotive, cognitive e comportamentali allo scopo di ridurre il discontrollo comportamentale.
Il modello della terapia dialettico comportamentale prevede l’utilizzo di molte componenti che di fatto sono elementi di terapia cognitivo-comportamentale, come ad esempio la gestione delle contingenze, l’esposizione, l’analisi comportamentale, il problem-solving e moltissimi aspetti dello skills training.
Parimenti all’interno del trattamento, vi sono elementi distintivi rispetto alla terapia cognitivo-comportamentale standard. In primo luogo, viene attribuita particolare rilevanza alle abilità di mindfulness. In secondo luogo, come espresso dallo stesso nome della terapia dialettico comportamentale, viene posta una maggiore enfasi agli aspetti dialettici: al di là del cambiamento, è fondamentale una quota di accettazione e validazione del comportamento contingente, anche per quanto disfunzionale, in un difficile gioco di bilanciamento di cambiamento e accettazione che si riflette anche nell’uso delle tecniche e delle strategie terapeutiche. In terzo luogo, la terapia dialettico comportamentale prevede un’attenzione strutturata a quelli che vengono definiti comportamenti interferenti con il trattamento, e prevedendone il trattamento prioritario secondo solo ai comportamenti e impulsi suicidari in seduta.
Lo skills-training assume una rilevanza fondamentale nella terapia dialettico comportamentale perchè, secondo il modello, i soggetti con disturbo della personalità borderline sono deficitari nelle abilità di autoregolazione delle emozioni, dei comportamenti e delle relazioni interpersonali, oppure presentano difficoltà nell’applicazione di tali abilità ai diversi contesti esperienziali. Lo skills-training come concepito dalla terapia dialettico-comportamentale prevede l’organizzazione di quattro moduli di apprendimento e appropriazione di specifiche abilità che hanno come target il miglioramento degli aspetti di disorganizzazione emotiva, cognitiva, comportamentale, relazionale e identitaria tipica del disturbo borderline.
Il primo modulo fa riferimento alle abilità nucleari di mindfulness (“consapevolezza”). Tali abilità sono alla base della possibilità di osservare in modo consapevole se stessi e gli altri intorno a sè, nel momento presente, sospendendo il giudizio.
Un secondo modulo affronta le abilità di regolazione emotiva, fondamentali nel quadro di funzionamento borderline. Partendo dalle abilità di riconoscimento delle emozioni nelle loro diverse componenti, il modulo si svolge focalizzandosi sull’appropriazione, miglioramento e generalizzazione delle abilità di regolazione delle emozioni.
Un terzo modulo riguarda le abilità di efficacia interpersonale focalizzandosi sull’apprendimento di strategie efficaci per gestire le relazioni interpersonali. Gli incontri coprono diverse aree, dalla capacità di analisi delle situazioni interpersonali e di chiarificazione dei propri obiettivi, fino alle abilità da utilizzare per raggiungere i propri obiettivi mantenendo il rispetto di sè e non deteriorando in maniera maladattiva la relazione.
Un quarto modulo fa riferimento alle abilità di tolleranza della sofferenza mentale e dell’angoscia, utili nel momento in cui il soggetto si trova in uno stato di disregolazione non solo emotiva ma soprattutto comportamentale. L’intensità delle emozioni in tal caso è molto elevata, ed è proprio in questa fase che il soggetto può attuare agiti e condotte altamente disfunzionali e autolesive. Le abilità che caratterizzano questo modulo hanno lo scopo di gestire e tollerare in maniera più adattiva l’angoscia e l’intensa attivazione emotiva allo scopo di prevenire i comportamenti disfunzionali.

Cognitive Behavioural Therapy

Cognitive Behavioural Therapy

La terapia cognitivo comportamentale, in inglese Cognitive Behavioural Therapy (CBT) è uno specifico orientamento della psicoterapia. In termini generali, la psicoterapia cognitiva e comportamentale spiega il disagio emotivo attraverso una complessa relazione di pensieri, emozioni e comportamenti.

Gli eventi influenzano le nostre emozioni, ma pensieri e comportamenti ne determinano intensità e durata.

La psicoterapia cognitivo comportamentale lavora sul presente, sul “qui ed ora” in termini di funzionamento del paziente, indagando e lavorando su emozioni, pensieri e comportamenti del presente, che emergono nella quotidianità della vita di ciascuna persona. Inoltre, come suggerisce lo stesso nome psicoterapia cognitivo-comportamentale, tale approccio ha una duplice origine: il comportamentismo e il cognitivismo.
Strategie e tecniche comportamentali e/o cognitive della CBT, si inseriscono all’interno di protocolli di trattamento del singolo disturbo validati scientificamente e sono uno dei motivi per cui la terapia cognitivo-comportamentale è l’attuale gold standard della psicoterapia.
Attraverso strategie e tecniche più propriamente definite comportamentali, si aiuta il paziente a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che mette in atto in tali circostanze, mediante l’apprendimento di nuove modalità di risposta, l’esposizione graduale alle situazioni temute e il fronteggiamento attivo degli stati di disagio (ad esempio, l’esposizione graduale sistematica a stimoli fobici).
Attraverso strategie cognitive, si aiuta il paziente ad individuare i pensieri ricorrenti, gli schemi patogeni di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni problematiche vissute, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più realistici e funzionali al benessere (ad esempio, la disputa dei pensieri e delle idee irrazionali).
Il termine cognitivo-comportamentale non rende ragione del terzo grande protagonista di questo approccio terapeutico, e cioè le emozioni. Anch’esse strettamente interconnesse a cognizioni e comportamenti, pur non essendo manifestamente evidenti nel nome dell’approccio, la regolazione delle emozioni risulta essere inevitabilmente centrale nel lavoro clinico della psicoterapia cognitivo comportamentale.
Ricerche condotte sia a livello nazionale (Istituto Superiore della Sanità) che internazionale (Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno dimostrato che la psicoterapia cognitiva ha un’efficacia maggiore o pari agli psicofarmaci nella cura di molte patologie psichiatriche, inoltre, se paragonata al solo uso dello psicofarmaco, la terapia cognitiva risulta essere più utile nella prevenzione delle ricadute. È riconosciuta dall’American Psychological Association (APA) come la più rappresentativa delle Psicoterapie Supportata Empiricamente o Evidence-Based Practice.

Evidenze scientifiche sull’efficacia della psicoterapia Cognitivo-Comportamentale

L’American Psychological Association nelle sue linee guida, indica la terapia cognitiva comportamentale quale trattamento di maggiore efficacia in quasi tutti i casi di disturbo ansioso o dell’umore.
Nella tabella di seguito sono indicati i singoli disturbi per i quali l’APA consiglia l’impiego della Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, con relativo livello di raccomandazione. In particolare, vengono distinti tre livelli:

  • trattamento raccomandato con solida fiducia clinica;
  • trattamento raccomandato con moderata fiducia clinica;
  • trattamento che può essere raccomandato sulla base delle circostanze individuali.

Disturbi per i quali l’American Psychological Association (APA) consiglia l’impiego della Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale

Terapia Metacognitiva Interpersonale

Metacognitive Interpersonal Therapy

La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) appartiene all’ultima generazione delle psicoterapie cognitive sviluppate negli ultimi vent’anni. È nata e si è sviluppata a metà degli anni ’90 per adattare i modelli di terapia cognitiva alla cura dei pazienti con disturbi di personalità, questo trattamento è nato all’interno di un programma di ricerca che coniugava alcune osservazioni cliniche, condotte principalmente su pazienti con disturbi di personalità e schizofrenia, con i nuovi sviluppi della ricerca scientifica, in particolare della scienza cognitiva.

Alcuni persone hanno difficoltà a descrivere il proprio mondo interiore, ad esempio comprendere cosa abbia scatenato un’emozione e in che modo quell’emozione abbia portato a conseguenze negative che la persona non sa padroneggiare. L’insieme di queste capacità psicologiche che permettono di comprendere il proprio mondo interno e i pensieri, le emozioni e le motivazioni che spingono gli altri a comportarsi in determinati modi è chiamata metacognizione.

Il modello metacognitivo-interpersonale definisce la metacognizione come l’insieme delle abilità che consentono all’individuo di attribuire e riconoscere la presenza di stati mentali (es. emozioni, pensieri, desideri, bisogni, intenzioni) in se stesso e negli altri a partire da espressioni facciali, stati somatici, comportamenti ed azioni, di riflettere e ragionare su di essi e di utilizzare tali conoscenze per prendere delle decisioni, risolvere i problemi interpersonali, padroneggiare la sofferenza soggettiva e negoziare efficacemente i propri desideri e scopi con gli altri.
Le abilità metacognitive possono essere suddivise in tre aree: abilità metacognitive che consentono di riflettere e ragionare su se stessi, abilità metacognitive che permettono di riflettere e ragionare sugli stati interni ed il comportamento delle altre persone e abilità metacognitive che consentono di gestire gli stati mentali problematici.
La Terapia Metacognitiva Interpersonale si suddivide in due parti. La prima parte è denominata “Formulazione condivisa del funzionamento” in cui il terapeuta TMI, aiutando il paziente a rievocare ed esplorare una serie di memorie autobiografiche tra loro associate, ricostruisce assieme al paziente il modo in cui il paziente pensa, sperimenta emozioni e si comporta all’interno delle relazioni interpersonali (schemi interpersonali), aiutandolo a comprendere come la propria sofferenza sia generata principalmente da tali schemi. La sofferenza delle persone con disturbi di personalità è alimentata dalla presenza di specifiche dinamiche relazionali disfunzionali, definite i cicli interpersonali problematici. In particolare, chi presenta questo tipo di patologia si relaziona all’altro con una serie di aspettative negative, rigide e pervasive, che generano atteggiamenti e reazioni emotivo-comportamentali coerenti con le proprie previsioni. Questo circuito relazionale, pertanto, conferma nella persona le proprie aspettative e mantiene stabile nel tempo le condizioni da cui origina l’attivazione del ciclo interpersonale disfunzionale.
Una volta ricostruita la scena e compresi i motivi psicologici di sofferenza e problemi, la Terapia Metacognitiva Interpersonale passa alla “Promozione del cambiamento”, che comprende l’adozione di prospettive alternative, la valorizzazione di aspetti positivi, sani e funzionanti di sé, la promozione di un senso di padronanza di sé per realizzare i propri desideri e obiettivi. In fasi più avanzate di terapia, la Terapia Metacognitiva Interpersonale aiuta il paziente a comprendere come possa contribuire con i propri comportamenti e attitudini alla creazione dei problemi e cambiare in modo da ottenere dagli altri risposte migliori.

EMDR

Eye Movement Desensitization and Reprocessing

L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) ovvero desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari, nasce negli Stati Uniti nel 1987 da una scoperta occasionale della psicologa Francine Shapiro, che notò come i movimenti oculari pilotati in un certo modo fossero in grado di ridurre e poi cancellare, all’interno del nostro cervello emotivo, l’intensità negativa degli eventi traumatici di alto e medio livello.

L’EMDR utilizza la stimolazione dei movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destra/sinistra provocando una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali e si basa su un processo neurofisiologico innato, legato all’elaborazione dell’informazione.

Questo sistema porta gli individui spontaneamente verso la risoluzione del disagio associato ai traumi ma, in condizioni di stress, può accadere che questo meccanismo naturale di auto-guarigione si blocchi, impedendo la naturale elaborazione del trauma.
La ricerca ha dimostrato che a seguito di un evento stressante c’è un’interruzione del normale modo di processare l’informazione da parte del cervello. Ciò include il fallimento nel creare una memoria coerente dell’esperienza, in quanto tutti gli aspetti di memoria, pensiero, sensazioni fisiche ed emotive dell’evento traumatico non riescono ad essere integrati con altre esperienze. La patologia in questi casi emerge a causa dell’immagazzinamento disfunzionale delle informazioni correlate all’evento traumatico, con il conseguente disturbo dell’equilibrio eccitatorio/inibitorio necessario per l’elaborazione dell’informazione. Questo provoca il “congelamento” dell’informazione nella sua forma ansiogena originale, nello stesso modo in cui è stato vissuto; l’informazione congelata e racchiusa nelle reti neurali non può essere elaborata e quindi continua a provocare patologie come il disturbo da stress post-traumatico e altri disturbi psicologici.
Sulla base della teoria per la quale i sintomi del disturbo da stress post-traumatico risultano da un fallimento del processamento di memorie episodiche, è stato suggerito che i movimenti oculari bilaterali possano facilitare l’interazione interemisferica, producendo un miglioramento nel processamento della memoria. La ricerca indica che il processamento della memoria episodica è bilaterale, mentre quello della memoria semantica viene condotto nell’emisfero cerebrale sinistro. Il movimento oculare orizzontale può rinforzare un aumento dell’attivazione di entrambi gli emisferi, migliorando in questo modo la comunicazione tra di essi e promuovendo il processamento dell’evento traumatico tramite la stimolazione della capacità di richiamo degli elementi che lo caratterizzano dalle memorie episodiche e semantiche.
I movimenti oculari saccadici e ritmici tipici della terapia EMDR, concomitanti con l’individuazione dell’immagine traumatica, delle convinzioni negative ad essa legate e del disagio emotivo, facilitano la rielaborazione dell’informazione, fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi. In questo modo l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo non negativo.
Dal 1987, anno della sua scoperta, ad oggi, sono stati effettuati numerosi studi controllati sull’efficacia dell’EMDR su diverse popolazioni cliniche, sufficienti a raccomandarne la sua applicazione in ambito clinico, in particolare su soggetti con Disturbo da Stress Post-Traumatico. La ricerca scientifica che si è attivata sull’EMDR è stata così imponente che, nel 2000, la Society for Traumatic Stress Studies lo ha inserito nelle sue linee guida come la terapia più supportata dalla ricerca per far elaborare il trauma psicologico.
Nel 1995 è stato inserito fra i trattamenti di efficacia dimostrata (evidence based) e con evidenze empiriche solide stilato dal Dipartimento di Psicologia Clinica dell’American Psychological Association ed è riconosciuto come strumento di terapia elettivo per il trauma nelle linee guida di molti paesi.

Sentire Compassione

“Non è colpa vostra” si spiega proprio nell’aiutare i pazienti, soprattutto quelli che hanno come temi problematici la vergogna e l’autocritica, a vedere come certi aspetti dolorosi della propria vita siano emersi senza che loro potessero farci nulla. L’obiettivo è quello di accompagnare la persona ad aprirsi a sensazioni di calore umano e vicinanza, le stesse che in un determinato periodo della sua vita sono state continuamente criticate ed invalidate.

Compassione è l’abilità di esperire in modo accettante emozioni difficili; di osservare in modo mindful i nostri pensieri giudicanti, senza permettere loro di dominare le nostre azioni e i nostri stati mentali; di impegnarci in modo pieno con gentilezza e autovalidazione verso direzioni di vita ricche di valore; e di cambiare in modo flessibile la nostra prospettiva verso un più ampio senso di sé.

Questo nuovo modo di intendere la compassione prende in prestito molti spunti degli insegnamenti buddisti (in particolare in buddismo Theravada) ma allo stesso tempo si basa su un approccio evolutivo alle neuroscienze ed alla psicologica sociale, connesso alla psicologia e alla neurofisiologia del comportamento di accudimento.

Migliore Apprendimento

Le mappe concettuali, denominate anche mappe dei concetti, sono un tipo di schema che permette di visualizzare idee o concetti e le relative relazioni gerarchiche o vincoli tra essi.
Fondamentalmente consiste nell’organizzare le informazioni attraverso parole o concetti chiave relazionati tra loro mediante uno schema composto da riquadri, linee e colori.

Caratteristiche della Mappa Concettuale:
  • Organizzano le informazioni in maniera gerarchica. L’informazione più importante è situata nella parte superiore della mappa in quanto a partire da quest’idea si svilupperanno i diversi concetti.
  • Favoriscono la comprensione di idee. A partire dalla semplificazione delle informazioni attraverso idee brevi e concise.
  • Rispondono a una domanda o sviluppano un argomento. Nonostante comprenda una serie di contenuti generali, la mappa e il suo contenuto deve sviluppare una risposta a un tema preciso.
  • Nonostante la sua realizzazione risulti per certi versi lenta, si raggiungono alti livelli di comprensione e memorizzazione.
  • Per elaborare mappe concettuali si richiede il dominio delle informazioni e buone conoscenze (concetti) su ciò che si lavorerà.
Benefici nella realizzazione della Mappa Concettuale:
  • Dal momento che viene definitivo come uno strumento che mette in relazione concetti diversi in maniera visiva, la mappa concettuale risulta una tecnica utile per migliorare l’apprendimento, non solo per il modo in cui vengono presentate le informazioni ma anche per l’apprendimento in sé, il quale si genera durante la realizzazione della mappa stessa.
  • Favorisce lo sviluppo della capacità di sintesi, poiché la realizzazione di una mappa concettuale prevede la semplificazione dei concetti più importanti e la loro organizzazione in relazione al concetto principale.
  • Favorisce una disciplina di studio, in riferimento all’organizzazione e alla gerarchizzazione delle informazioni. Facilita la pianificazione delle attività e attribuisce priorità a ciò che più importante.
  • Promuove la concretezza e pertanto migliora l’attenzione. La relazione tra le informazioni, organizzate tra loro in maniera gerarchizzata per importanza, costituisce uno stimolo e un rinforzo che aiuta a migliorare la capacità di sintesi e a migliorare i livelli di attenzione.
  • Incrementa la curiosità e la ricerca di informazioni. Non si limita a riassumere ma promuove la ricerca e il contrasto di informazioni con altre fonti al fine di consolidare e rafforzare i concetti.
  • Permette di osservare in maniera chiara il concetto o problema, in quanto l’organizzazione delle informazioni aiuta a identificare le cause e le possibili soluzioni.

Pensieri Positivi

Il servizio si prefigge di fornire alle persone un repertorio di idee e pensieri cui attingere, una sorta di toolkit cognitivo, un set di strumenti e abilità mentali da aggiungere al proprio, basato su un insieme di punti chiave del cambiamento, favorendo lo sviluppo e la realizzazione delle potenzialità individuali e dell’autentica natura umana secondo il concetto aristotelico di eudaimonia, intesa come ciò che è utile all’individuo, nel senso che ne arricchisce la personalità.
La Psicologia Positiva ha fornito contributi fortemente innovativi a livello teorico ed applicativo: essa enfatizza il ruolo fondamentale delle risorse e potenzialità dell’individuo, che le ricerche precedenti volte ad analizzare carenze, deficit e patologie non mettevano in luce. Ciò rappresenta un autentico capovolgimento di prospettiva: si privilegiano interventi finalizzati alla mobilizzazione delle abilità e risorse della persona, anziché alla riduzione o compensazione delle sue limitazioni.

Problemi di vita della persona

Alcuni passi da considerare se hai un problema:

  • Accetta i fatti. I problemi sono parte della vita, più cerchi di allontanarti da un problema, più ne sarai inseguito. Questa è la realtà ultima, accettando qualcosa fai sì che quella cosa non possa disturbarti.
  • Conosci i tuoi problemi. Se sei al corrente di quali siano i tuoi problemi, puoi risolverli più facilmente. Come dicono i saggi un nemico noto è molto meglio di uno sconosciuto. Conosci i danni che il problema sta per causare.
  • Determina la ragione o la causa. Un problema non arriva mai senza una ragione, in presenza di un problema ci deve essere per forza anche una ragione, se saremo in grado di trovarla saremo vicini alla soluzione.
  • Raccogli tutte le informazioni, i fatti e i dati relativi e circostanti al problema.
  • Analizza e discuti. Analizza le informazioni per individuare la soluzione ottimale, dibatti con te stesso nel decidere perché una soluzione sia meglio di altre.
  • Smetti di preoccuparti. Le preoccupazioni sono come una sedia girevole, ti danno qualcosa da fare, ma non ti conducono da nessuna parte.
  • Pensa in modo differente. Al fine di risolvere un problema, è importante avere l’atteggiamento mentale adeguato. Avere la mente aperta e la capacità di pensare fuori dagli schemi è sempre utile. Quando hai una visione più ampia e idee uniche, disponi di una maggior flessibilità che ti aiuta a risolvere i problemi.
  • Ascolta i consigli. Due menti sono meglio di una. Ricorrere a persone di background ed esperienze differenti mentre cerchiamo di soluzionare un problema, ci fornirà un doppio supporto, morale e pratico. Come disse Voltaire, nessun problema può sopportare l’attacco di un pensiero sostenuto.

Ascolta gli altri con attenzione

L’arte di ascoltare ha una triplice valenza: ci consente di acquisire informazioni, conoscenze e punti di vista benefici, ci permette di comprendere quale sia il linguaggio migliore con cui comunicare in ogni situazione, fa sì che le relazioni interpersonali si svolgano in un contesto di stima e fiducia nell’ottica di un cambiamento di mentalità. Saper ascoltare è una capacità strategica nel lavoro e nelle relazioni sociali.

Si dice che non si può dormire bene se non si è mangiato bene o che non si può stare bene con gli altri se non si sta bene con sé stessi. Si possono cinicamente considerare queste celebri affermazioni come semplici aforismi “da cioccolatino”, ma l’esperienza e il passare del tempo ci dimostrano che sono invece solide verità, che ne certificano un’altra: la buona riuscita di un’azione dipende dal buon esito di un’altra precedente. Niente avviene per caso, ma è la logica conseguenza di ciò che è successo prima: così è la vita, così è la storia.

L’ascolto, nella sua triplice valenza di veicolo per acquisire benefici dall’altro, di punto di partenza per stabilire una comunicazione adeguata e di buona attitudine per instaurare un rapporto cordiale e dare il la a un cambiamento, ha dunque un valore strategico decisivo nel lavoro e nelle relazioni.

Tristezza e Dolore

La tristezza è un’emozione che tutti noi conosciamo. Nell’arco della nostra vita l’abbiamo certamente provata più volte e per numerose vicissitudini.
Possiamo averla provata in seguito alla perdita di una persona cara, per la fine di una storia d’amore, in seguito al fallimento di un progetto per noi molto importante, per cambiamenti imprevisti e difficili da gestire come la perdita di un lavoro, e molto altro ancora.
L’emozione della tristezza si innesca ogni qualvolta ci troviamo a vivere una perdita.
Sopraggiunge come qualsiasi altra emozione per dirci qualcosa. In questo caso il messaggio che vuole trasmetterci è che occorre fermarsi, capire cosa o chi abbiamo perso, e piangere tutte le lacrime necessarie.
Affinché il dolore per la perdita subita possa essere elaborato, e questa ferita possa un po’ alla volta cicatrizzarsi, per ripartire con rinnovata energia.
Al contrario se tutto questo non viene fatto quel dolore rimane all’interno, e può continuare a farsi sentire anche a distanza di anni. Da tutto ciò potrebbero scaturirne anche dei veri e propri vissuti depressivi.
Anche se la tristezza viene erroneamente considerata un’emozione spiacevole e quindi qualcosa da non provare, è in realtà necessaria alla stregua di tutte le altre emozioni.
E non è la tristezza in sé ad essere sbagliata, ma un’educazione volta al suo mascheramento. Un’educazione che cerca di allontanarci da tutte quelle emozioni ritenute non piacevoli, e che ci plasma al contrario per essere sempre simpatici, produttivi, costantemente in competizione gli uni con gli altri. Un’educazione nella quale sembra non esserci molto spazio per la sofferenza, la fragilità, il dolore. Ed è a causa di ciò che ogni giorno molti di noi indossano il miglior sorriso che hanno e vanno fuori ad interpretare la vita.
Peccato che tutto questo non può funzionare, in quanto un dolore non elaborato non scompare semplicemente, ma potrebbe organizzarsi in modo tale da fare più male.
Ed è proprio a questo che serva la tristezza. A dare il giusto spazio al dolore, affinché non continui a fare male. Ma al contrario sia possibile ripartire e riconnettersi con le proprie risorse.
Quindi il dolore e la tristezza non vanno nascoste ma sentite e vissute, in modo tale da trovare la giusta collocazione e la giusta energia per tornare in campo.
La tristezza a volte occorre concedersela, perché sentirla da la possibilità di vivere ed elaborare ciò che sentiamo. E anche perché ci da la possibilità di poter chiedere aiuto e sostegno a coloro che ci sono vicini. Una risorsa alla quale altrimenti non possiamo accedere, continuando a dirci che va tutto bene e che non necessitiamo di nulla.
A volte l’emozione reale della tristezza viene sostituita da altre emozioni come la rabbia, oppure da comportamenti come la chiusura, allo scopo di non fare i conti con il dolore. Anche tale tentativo non può dare buoni frutti, ma piuttosto creerà delle altre difficoltà a noi e alle nostre relazioni.
Uscire dalla tristezza facendo i conti con la tristezza stessa e la perdita, con il dolore che proviamo, ammetterlo a noi stessi e con chi ci è accanto. Viverlo, piangere se serve, e un po’ alla volta accettarlo, per poter capire quale direzione prendere e come comportarsi.
Quindi fermarsi un attimo, viversi i momenti di tristezza, comprenderli e non negarli, per poter ripartire con nuovo vigore e nuove soluzioni. Ed essendo davvero noi stessi, non individui che fingono ad ogni costo la felicità.